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    La reintroduzione della leva obbligatoria in Marocco

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    In 3 sorsiIl disegno di legge sul ritorno del servizio militare obbligatorio nel Paese nordafricano nasconde dietro pretese patriottiche il tentativo di rispondere autoritariamente alla disoccupazione giovanile.

    1. LE PROMESSE DISATTESE DI DEMOCRATIZZAZIONE E SVILUPPO

    L’immagine del Marocco confezionata a Rabat a uso e consumo di uffici del turismo e camere di commercio ci consegna un Paese in pieno sviluppo, calamita di investimenti esteri e sacrario di stabilità. La situazione sul campo però vede il baratro che separa le élites delle grandi città costiere dalla popolazione che abita le zone rurali allargarsi sempre più. Dal forte carattere simbolico l’incidente ferroviario verificatosi in ottobre tra Rabat e Kenitra che fa da contrasto all’avvicinarsi dell’inaugurazione della dispendiosa linea ad alta velocità tra Tangeri e Casablanca: a fronte di progetti dalla grande visibilità, rimangono infatti problemi infrastrutturali alla base, inclusa la mancanza di strade percorribili in molte zone del Paese.
    Manifesto programmatico del nuovo Marocco sotto Muhammad VI è la Costituzione del 2011. Promozione dei diritti umani, democratizzazione e sviluppo sono solo alcune delle promesse contenute nella carta fondamentale concessa a seguito della mini-Primavera araba marocchina. Annunci altisonanti che hanno finora trovato pochi riscontri fattuali.
    Nel cammino verso un benessere diffuso dei suoi cittadini e la piena fruizione dei loro diritti, infatti, il Marocco incespica, e tra i segnali osservati c’è la reintroduzione della leva obbligatoria.

    Fig. 1- Tra sciamanesimo e farmacia al mercato di Tinghir, 2016 | Foto: Alessandro Balduzzi

    2. IL RITORNO DELLA COSCRIZIONE OBBLIGATORIA

    A dodici anni dall’abolizione per ragioni di bilancio, la leva obbligatoria ha rifatto capolino sulla scena marocchina, con il disegno di legge 44.18 relativo al servizio militare approdato recentemente in Parlamento. La proposta prevede la reintroduzione del servizio di leva per una durata di 12 mesi con chiamata alle armi tra i 19 e i 25 anni. Gli esentati potranno essere comunque reclutati fino al compimento dei 40 anni laddove la ragione dell’esenzione venisse meno. Proprio i casi di esonero finora contemplati mostrano forse una delle vere motivazioni dietro al provvedimento. In un Paese nel quale l’identità nazionale non manca (sebbene non più con l’afflato indipendentista di Muhammad V o quello unificatore della marcia verde di Hassan II), l’esenzione per gli studenti e quella – finora solamente ventilata – per chi abbia un impiego rivela come questa misura abbia come destinatari primari i giovani disoccupati e senza un’istruzione superiore.

    Fig. 2- Ragazza amazigh nel medio Atlante, 2014 | Fot: Alessandro Balduzzi

    3. LA CHIAMATA ALLE ARMI CONTRO LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE

    Secondo i dati dell’Alto commissariato per la pianificazione marocchino, nel quarto trimestre del 2017 il tasso di disoccupazione nella fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni ha toccato il 28,2%, con un picco del 44,3% nelle aree urbane. Se a questi dati si aggiunge il 24,5% di disoccupati tra i titolari di una laurea registrato nello stesso periodo a fronte del 3,8% tra chi non ha nessun diploma, la situazione assume tinte ancora più fosche.
    Le politiche per l’occupazione si sono rivelate fallimentari e incapaci di rispondere alle esigenze di una popolazione giovane che non vede alcuna prospettiva di una vita dignitosa in patria. Particolarmente critica la condizione vissuta da chi ha investito tempo e risorse negli studi: usciti dall’università, si ritrovano in massa senza un impiego a causa di diplomi con scarsa o nessuna attrattiva sul mercato del lavoro. Gli atenei permettono di dare alla gioventù marocchina l’illusione di un futuro migliore e ne posticipano la trasformazione in disoccupati pronti a manifestare. Le proteste di chi fuori dalle aule reclama i propri diritti vengono duramente soffocate dal regime in nome della sicurezza nazionale, come nel caso del Rif. La coscrizione obbligatoria è vista come ulteriore mezzo per tentare di ridurre rabbia e proteste, ma potrebbe anche spingere molti giovani a disertare o emigrare. L’Europa è avvisata.

    Alessandro Balduzzi

    Immagine di copertina: addetti alla nettezza urbana protestano davanti al Parlamento a Rabat, 2016 | Foto: Alessandro Balduzzi

    Alessandro Balduzzi
    Alessandro Balduzzi

    Nato nel 1991 in provincia di Bergamo, la curiosità per il diverso mi ha portato a vivere in luoghi ben differenti dalle montagne natie, dal Marocco alla Russia.
    Mi sono laureato alla Scuola di lingue moderne per interpreti e traduttori di Trieste e all’Orientale di Napoli e attualmente sfrutto la mia passione per la scrittura per non limitarmi alla superficie delle cose, bensì analizzarle fino in fondo. Fondo di caffè, ovviamente.

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