La transizione climatica non si gioca solo sul terreno ambientale, ma anche su quello delle relazioni internazionali. Regole, standard e obiettivi di decarbonizzazione stanno ridisegnando mercati, competitività industriale e rapporti tra Stati, generando nuovi equilibri geopolitici, costi politici e fratture economiche dentro e fuori l’Unione Europea.
L’impatto politico delle politiche climatiche
In un contesto di inflazione, stagnazione e competizione globale, le politiche climatiche rischiano di diventare un vincolo che divide invece di un progetto che unisce. Queste sono infatti diventate un fattore strutturale capace di ridefinire le regole della competitività industriale, dei rapporti di forza tra Stati e il consenso interno, rendendo ormai chiaro che parlare di transizione ecologica e del quadro normativo creato per gestirla non è solo un processo ambientale, ma un fenomeno politico ed economico ad alta intensità conflittuale. A oggi, le politiche di transizione climatica volte ad affrontare le esternalità negative causate dal cambiamento climatico (di cui l’Unione Europea è leader di settore) sembrano destinate a modificare in modo crescente e permanente la struttura delle economie e a generare ripercussioni internazionali con il rischio di amplificare la frammentazione economica globale (geoeconomic fragmentation).
Embed from Getty ImagesL’approccio dell’UE
Negli anni, l’Unione Europea ha costruito un pacchetto di regolamenti e politiche che definiscono cosa e come è sostenibile produrre e commerciare sul piano economico e politico. In generale, ci si muove su tre direttrici: alcune misure aumentano i costi delle importazioni per garantire concorrenza leale (ETS, CBAM); altre rafforzano la competitività interna riducendo la dipendenza energetica e sostenendo la produzione di tecnologie strategiche (REPowerEU, Net Zero Industry Act); infine, altre prevedono obblighi di trasparenza per orientare le catene di approvvigionamento verso gli obiettivi del Green Deal (EUDR, Tassonomia europea, CSDDD, CSRD). Nonostante, attraverso i pacchetti Omnibus e il nuovo piano per la Prosperità e la Competitività Sostenibile in Europa, l’UE stia tentando di snellire e rendere più flessibile l’impianto legislativo del Green Deal per tutelare competitività e coerenza strategica, l’incertezza applicativa delle norme e, al tempo stesso, la rapidità di reazione dei competitor esterni continuano a far percepire queste politiche come vincoli strutturali per il sistema economico europeo. A titolo di esempio, si può citare l’Automotive Package, che ammorbidisce il phase-out dei motori a combustione dopo il 2035, consentendo una quota residua di veicoli ibridi e tradizionali. La misura riduce la pressione sull’industria europea nel breve periodo, ma rischia di accentuare il ritardo tecnologico in un mercato globale sempre più dominato dall’elettrico, in particolare dalla Cina.
Le norme europee alla prova del contesto internazionale
Questo quadro normativo porta con sĂ© dei costi (diretti e indiretti) che si riflettono all’esterno e che, oltre ad imporre obblighi agli Stati membri, ha un impatto sui partner commerciali al di fuori del mercato interno dell’UE, rischiando di minare la competitivitĂ . In primo luogo, la crescente resistenza internazionale – come quella del Brasile nel caso del Regolamento europeo sulla deforestazione – rende sempre piĂą complessa l’entrata in vigore di alcune norme. Gli Stati Uniti, nonostante non abbiano risposto in maniera diretta al CBAM, potrebbero ancora reagire con misure di ritorsione nell’ambito di una rinnovata tensione commerciale con l’UE, come successo con la Cina a fronte di nuove tariffe europee sulle importazioni di parquet e compensato. In secondo luogo, le condizioni per la cooperazione climatica internazionale sembrano peggiorare: la fiducia nell’UE come leader climatico e mediatore equo a livello internazionale rischia di essere compromessa, soprattutto se ad essere colpiti sono i Paesi economicamente meno sviluppati. Ad esempio, Bruxelles sembra non essere riuscita a rendere il CBAM compatibile con gli interessi di sviluppo dei paesi partner, nĂ© esentando i Paesi meno sviluppati nĂ© compensando i costi aggiuntivi delle esportazioni tramite un sostegno mirato ai settori interessati. Infine, la mancanza di un supporto diplomatico strategico per la dimensione internazionale del Green Deal rischia di indebolire complessivamente la politica estera dell’UE. Misure come il CBAM e l’EUDR stanno infatti attirando critiche significative da parte di grandi economie emergenti come Brasile, Indonesia e Sudafrica – proprio quei paesi che l’UE vuole conquistare come partner in altre aree politiche, alla luce della situazione geopolitica.
Embed from Getty ImagesTrade-off per l’Unione Europea
Ambizione climatica vs competitivitĂ industriale
- Si guadagna: leadership normativa e credibilità internazionale dell’UE come attore impegnato nella decarbonizzazione.
- Si perde: competitivitĂ di settori energivori e manifatturieri europei, esposti a costi piĂą elevati rispetto a concorrenti statunitensi e asiatici.
- Chi paga: imprese industriali e filiere integrate nelle catene globali del valore.
- Chi sfrutta la frattura: economie che combinano politiche industriali aggressive e vincoli ambientali piĂą deboli, in particolare Cina e Stati Uniti.
Ambizione climatica vs capacitĂ di costruire alleanze globali
- Si guadagna: coerenza interna delle politiche UE e avanzamento degli standard ambientali.
- Si perde: attrattività dell’UE come partner per Paesi emergenti che percepiscono le norme climatiche come barriere allo sviluppo.
- Chi paga: la politica estera europea, che vede ridursi margini di influenza in America Latina, Africa e Asia.
- Chi sfrutta la frattura: attori che offrono cooperazione economica con minore condizionalitĂ , ampliando la propria sfera di influenza.
Ambizione climatica vs frammentazione geo-economica
- Si guadagna: maggiore controllo sulle esternalitĂ ambientali delle catene di approvvigionamento.
- Si perde: apertura dei mercati e fluiditĂ degli scambi, con un aumento delle tensioni commerciali.
- Chi paga: imprese esportatrici europee e consumatori, attraverso costi piĂą elevati e mercati piĂą instabili.
- Chi sfrutta la frattura: operatori esterni al perimetro regolatorio europeo, che possono competere su basi di costo piĂą favorevoli.
Un chicco in piĂą – La posizione dell’Italia
Sistema produttivo frammentato
Le politiche climatiche europee incidono su un tessuto produttivo dominato da PMI e distretti industriali, che hanno meno capacitĂ di assorbire costi regolatori e di finanziare investimenti di transizione.
Costo energetico e incertezza normativa
Prezzi dell’energia strutturalmente più elevati e continui aggiustamenti del quadro regolatorio aumentano il rischio per gli investimenti industriali, rallentando l’adozione di nuove tecnologie.
Posizionamento competitivo
Mentre grandi economie possono sostenere la transizione con politiche industriali e sussidi mirati, l’Italia rischia di trovarsi compressa tra vincoli europei stringenti e concorrenti extra-UE più aggressivi.


