utenti ip tracking
lunedì 15 Agosto 2022

Associazione di Promozione Sociale | Rivista di politica internazionale

Pearl Harbor e la nascita dell’Asia contemporanea

In breve

  • Il 7 dicembre 1941 aerei giapponesi attaccano la base navale americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii, dando inizio a una guerra feroce per il controllo del Pacifico.
  • Dopo diversi successi iniziali i giapponesi sono travolti dalla superiorità americana e vengono infine costretti alla resa dopo il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
  • Il conflitto accelera il processo di decolonizzazione dell’Asia e getta le basi per la successiva ascesa economica e geopolitica della regione.

Dove si trova

Ascolta l'articolo

In 3 sorsiIl 7 dicembre 1941 aerei giapponesi attaccano la base navale americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii, dando inizio a un feroce conflitto per il controllo del Pacifico. L’attacco segna l’ingresso degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale e cambia per sempre gli assetti politici in Asia.

1. RIVALI PER IL PACIFICO

La strada che porta a Pearl Harbor è lunga e complessa. La rapida trasformazione industriale del Giappone sotto l’imperatore Meiji (1868-1912) spinge infatti il Governo di Tokyo a perseguire un vivace espansionismo coloniale in Asia orientale, ben esemplificato dall’annessione della Corea nel 1910. Questo espansionismo però si scontra presto con gli interessi delle principali potenze europee e con quelli degli Stati Uniti, che mirano soprattutto a salvaguardare la loro importante posizione commerciale in Cina. Nel 1931 l’invasione giapponese della Manciuria provoca il primo strappo significativo tra i due Paesi: Washington rifiuta di riconoscere il Manchukuo, lo Stato fantoccio creato da Tokyo nella regione, e afferma con la dottrina Stimson la propria opposizione a qualsiasi tentativo nipponico di alterare lo status quo in Asia. Sei anni più tardi l’invasione giapponese del resto della Cina, accompagnata da orribili atrocità come il massacro di Nanchino, rafforza l’ostilità degli Stati Uniti verso Tokyo, anche se non porta ancora a una netta rottura diplomatica. Ma il prolungarsi del conflitto costringe il Governo giapponese a una politica sempre più assertiva verso il Sud-est asiatico, volta soprattutto ad acquisire le materie prime necessarie allo sforzo bellico, e crea ulteriori occasioni di scontro con Washington. Nel luglio 1940 l’Amministrazione Roosevelt proibisce la vendita di acciaio e carburante per aviazione al Giappone. Per tutta risposta Tokyo formalizza il proprio avvicinamento diplomatico a Germania e Italia con il Patto Tripartito e approfitta della debolezza del neonato regime di Vichy per imporre una sua presenza militare nell’Indocina francese. Un anno più tardi la crescita di tale presenza spinge Roosevelt a congelare gli asset finanziari giapponesi negli Stati Uniti e a imporre un embargo petrolifero. A questo punto i vertici politico-militari giapponesi optano per la guerra e redigono piani per la conquista di tutto il Sud-est asiatico e dei principali arcipelaghi del Pacifico. Questa conquista deve essere preceduta da un attacco decisivo contro la flotta statunitense a Pearl Harbor, nelle Hawaii, che viene organizzato nei minimi dettagli dall’ammiraglio Isoroku Yamamoto.

Embed from Getty Images

Fig. 1 – Barack Obama e il Premier giapponese Shinzo Abe durante le cerimonie per il settantacinquesimo anniversario dell’attacco a Pearl Harbor nel 2016

2. DA PEARL HARBOR ALLA RESA GIAPPONESE

A fine novembre 1941, mentre i negoziati nippo-americani ristagnano senza successo, una squadra navale composta da sei portaerei lascia le coste giapponesi e inizia un tortuoso viaggio di avvicinamento alle Hawaii. L’intelligence americana capta diversi messaggi relativi a tale movimento, ma non riesce a interpretarli correttamente. La mattina del 7 dicembre l’attacco pianificato da Yamamoto si svolge alla perfezione e porta alla distruzione di buona parte delle unità navali presenti a Pearl Harbor, con la significativa eccezione delle portaerei che si trovano al largo per un’esercitazione. Il giorno successivo gli Stati Uniti dichiarano guerra al Giappone e ricevono poi a loro volta le dichiarazioni di guerra di Germania e Italia. Il colosso americano è finalmente entrato nella seconda guerra mondiale.
Inizialmente le forze giapponesi dilagano sia nel Sud-est asiatico che nel Pacifico, impadronendosi delle locali colonie europee e minacciando persino l’Australia. Nel corso del 1942, però, il vantaggio militare acquisito a Pearl Harbor sfuma e l’anno successivo gli Stati Uniti passano al contrattacco, riconquistando diverse isole strategiche nel Pacifico e infliggendo perdite insostenibili alla Marina giapponese. A inizio 1945 il territorio metropolitano giapponese è devastato dai raid aerei americani e ormai a rischio di invasione, ma Governo e Autorità militari rifiutano di arrendersi per timore che ciò porti alla fine dell’Istituzione imperiale. Il lancio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, insieme all’intervento sovietico in Manciuria, vince queste ultime resistenze e costringe infine Tokyo alla resa, seguita poi da una lunga occupazione militare alleata e dalla ricostruzione democratica del Paese sotto l’influenza di Washington.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – Visitatori in fila al santuario Yasukuni di Tokyo per commemorare la resa del Giappone nel 1945, agosto 2021

3. L’INDIPENDENZA DELL’ASIA

La guerra ha effetti profondi per l’Asia. Nei territori conquistati Tokyo lancia infatti lo slogan “l’Asia agli asiatici” e propone la creazione di una “sfera di coprosperità della grande Asia orientale” alternativa sia alle democrazie occidentali che al comunismo sovietico. Si tratta di un progetto ambiguo e strumentale, ma la sua formulazione non lascia indifferenti molti leader nazionalisti della regione, impegnati da tempo nella lotta contro le potenze europee per raggiungere l’indipendenza. Alcuni come l’indonesiano Sukarno collaborano con i giapponesi e approfittano dell’occasione per gettare le basi di uno Stato autonomo; altri come il vietnamita Ho Chi Minh combattono attivamente contro Tokyo col sostegno occidentale; altri ancora come il birmano Aung Sang (padre del Premio Nobel Suu Kyi) si muovono opportunisticamente tra i due schieramenti per accrescere il proprio potere politico. In ogni caso l’occupazione giapponese e le reazioni a essa incrinano i vecchi assetti coloniali e accelerano la marcia dei Paesi asiatici verso l’indipendenza, grazie anche agli effetti politici ed economici della guerra in Europa. Nel 1947, infatti, la Gran Bretagna si ritira dal subcontinente indiano, mentre i tentativi di Olanda e Francia di ristabilire la propria autorità in Indonesia e Indocina falliscono miseramente. Nel frattempo la rivoluzione di Mao libera la Cina dalle ingerenze straniere e offre un modello di sviluppo politico-economico alternativo per i Paesi vicini. Tra gli anni Cinquanta e Settanta il processo di decolonizzazione asiatico si completa e getta le basi per il successivo miracolo economico della regione e la sua attuale trasformazione in un teatro geopolitico cruciale per il Ventunesimo secolo. 

Simone Pelizza

Photo by WikiImages is licensed under CC BY-NC-SA   

Simone Pelizza
Simone Pelizzahttp://independent.academia.edu/simonepelizza

Piemontese doc, mi sono laureato in Storia all’Università Cattolica di Milano e ho poi proseguito gli studi in Gran Bretagna. Dal 2014 faccio parte de Il Caffè Geopolitico dove mi occupo principalmente di Asia e Russia, aree al centro dei miei interessi da diversi anni.
Nel tempo libero leggo, bevo caffè (ovviamente) e faccio lunghe passeggiate. Sogno di andare in Giappone e spero di realizzare presto tale proposito. Nel frattempo ho avuto modo di conoscere e apprezzare la Cina, che ho visitato recentemente per lavoro.

Ti potrebbe interessare
Letture suggerite