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    Non fare danni

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    5 Domande e 5 Risposte – La dichiarazione USA sulla non illegalità degli insediamenti israeliani nella West Bank ci ricorda come uno dei primi pilastri di chiunque si interessi di conflitto israelo-palestinese dovrebbe essere “ricorda di non fare danni”.

    Il 18 Novembre scorso il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha dichiarato che gli insediamenti israeliani nella West Bank (Cisgiordania) “non sono incompatibili con il diritto internazionale” (qui il testo completo). Si tratta di un cambio rispetto alle posizioni delle precedenti amministrazioni USA (Reagan escluso) sul tema. In 5 domande e 5 risposte cerchiamo di capire perché tale dichiarazione crea non pochi problemi al processo di pace.

    1. NON FARE DANNI… È IL TITOLO DI QUESTO ARTICOLO, MA COSA SIGNIFICA?

    La frase “ricorda di non fare danni” è di fatto un promemoria che nei decenni è diventato uno dei pilastri della diplomazia internazionale quando si parla di conflitto israelo-palestinese ed è rivolto a chi (soprattutto le varie Amministrazioni USA) ciclicamente prova a proporre iniziative di pace. Sostanzialmente significa che ogni iniziativa è benvenuta, ma data la complessità di questo conflitto, è facile (anche partendo dalle migliori intenzioni) peggiorarlo e renderlo quindi ancora meno trattabile. In generale ci si riferisce alla tendenza di portare le parti ad arroccarsi ancora di più invece che ad avvicinarsi. Pertanto, se già in principio è possibile intuire come un’iniziativa sia particolarmente problematica, meglio soprassedere. Tutti vorremmo risolvere il conflitto israelo-palestinese: almeno cerchiamo di non peggiorarlo.

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    Fig. 1- Incontro tra Mike Pompeo e Benjamin Netanyahu lo scorso 4 dicembre a Lisbona

    2. IN CHE MODO LA DICHIARAZIONE DI POMPEO PEGGIORA LE COSE?

    Dal punto di vista israeliano (in particolare dell’ex-premier Benjamin “Bibi” Netanyahu) un tale endorsement è visto favorevolmente. Gli insediamenti israeliani hanno un valore elettorale (oltre 400mila persone, anche se non tutte votanti) e di sicurezza (svuotarle a forza rischierebbe di portare il Paese alla guerra civile) e nessuno vuole essere il responsabile di una crisi con loro. La posizione dell’Amministrazione Trump di fatto autorizza a “congelare” il problema, suggerendo che tutto possa rimanere così come è. Da parte palestinese però viene vista come un rifiuto totale delle proprie ragioni e questo ha due effetti: innanzi tutto mina ulteriormente la credibilità USA come mediatore tra le parti (credibilità già ai minimi causa precedenti iniziative di Trump come lo spostamento dell’Ambasciata). In secondo luogo crea essa stessa nuovi semi di conflitto: in generale l’essere ignorati porta a nuovo risentimento, frustrazione e rabbia che – la storia ce lo insegna – portano a nuovi scoppi di violenza e a un inasprimento del conflitto.

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    Fig. 2 – Una parte del muro che divide i territori contesi tra israeliani e palestinesi nella città di Betlemme, Cisgiordania, 7 dicembre 2019

    3. MA IN FONDO NON STA DICENDO SOLO LA VERITÀ DEI FATTI SUL CAMPO?

    Nell’intera dichiarazione di Pompeo c’è effettivamente una frase corretta: “La dura verità è che non ci sarà mai una risoluzione giudiziaria del conflitto, e le discussioni su chi abbia ragione e chi torto secondo il diritto internazionale non porteranno alla pace. Questo è un problema politico complesso che può essere risolto solo dai negoziati tra israeliani e palestinesi”. Tutto questo è in linea di principio corretto, perché nessuna parte accetterà mai risoluzioni giudiziarie esterne che la penalizzino: entrambe sono sicure di essere nel giusto e le due parti dunque vivono un clima simile al tifo da stadio, senza dialogo vero. Solo un vero negoziato può portare a una soluzione (qualunque sia) che solo allora verrà incastonata nel diritto internazionale (come avviene comunemente anche in molti altri casi nel mondo). Di fatto però tutto il resto della dichiarazione va in direzione opposta: il considerare gli insediamenti “legali” (la dichiarazione è volutamente meno esplicita, ma il significato è questo) costituisce di fatto una richiesta di capitolazione rivolta ai palestinesi: il negoziato non esiste più, accettate lo status quo senza protestare. Tuttavia nella pratica questo non accadrà: le due parti continueranno invece a rinfacciarsi “chi ha ragione”.

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    Fig. 3 – Soldati israeliani contro i protestanti palestinesi nel sud della Cisgiordania, nella città di Hebron, 9 dicembre 2019

    4. QUINDI PERCHÉ HA FATTO QUESTA DICHIARAZIONE? A CHE SERVE SE POI NON RISULTA PRATICABILE?

    Ci sono due motivi relativi proprio all’ambito del negoziato e del diritto internazionale. Dal punto di vista del negoziato, una tale dichiarazione serve a spostare l’asticella del vantaggio ulteriormente da parte israeliana: punta infatti a rendere gli insediamenti “non negoziabili” o comunque negoziabili solo a grande prezzo da parte dei palestinesi. Se essi diventano “legittimi” o “legali”, non sarà possibile (o sarà molto difficile) rimetterli in discussione.
    Dal punto di vista del diritto internazionale invece bisogna partire da una domanda: come si fa a rendere “legale” qualcosa di illegale o illegittimo? Senza scendere nei dettagli tecnici, essenzialmente sono richieste due cose: deve esserci una situazione prolungata nel tempo (“si è sempre fatto così/sono lì da sempre o da troppo tempo”) e tutti i Paesi devono essere d’accordo che, anche se non è proprio una situazione codificata dal diritto, va comunque bene ed è accettabile. A questo punto una situazione de facto può essere trasformata in de iure. Se per la prima parte è effettivamente così, per la seconda no: non esiste accordo internazionale per considerare legali gli insediamenti. La mossa USA vuole invece puntare a costruire un consenso internazionale per rendere di fatto accettabile da tutti la situazione, cosa che creerebbe le condizioni per rendere legale la situazione: è quello che temono i palestinesi. Siamo però ancora lontani.

    5. CI SONO ALTRI MOTIVI?

    Molti analisti ritengono che la dichiarazione, giunta in periodo di colloqui post-elettorali per la formazione del nuovo Governo di Israele, sia stata fatta per dare una mano a Netanyahu. Il Paese sta andando verso nuove elezioni e l’Amministrazione Trump potrebbe aver voluto fare un “regalo” al suo alleato per aumentarne l’appeal nei confronti di una fetta dell’opinione pubblica israeliana che vuole l’annessione delle colonie. Netanyahu però è anche indagato per corruzione e la sua situazione rimane critica, quindi il reale valore di questa mossa è dubbio. Rimane solo il danno creato al processo di pace.

    Lorenzo Nannetti e Alberto Rossi

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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