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    Hot Spot – Boko Haram affligge l’Africa occidentale

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    Il Boko Haram nacque più di 12 anni fa. Partito con azioni di basso profilo, il gruppo terrorista è cresciuto incrementando la gravità dei suoi attentati, l’ultimo dei quali il massacro al villaggio di Baga del 3 Gennaio scorso. Ripercorriamo il percorso del gruppo terroristico dal 2002 ad oggi e allarghiamo lo sguardo all’impatto che gli ultimi sviluppi avranno sulla Nigeria e sull’Africa occidentale

    Cronistoria

    a cura di Emiliano Battisti

    La minaccia di Boko Haram insiste ormai da anni in Nigeria. Non adeguatamente contrastato, il gruppo terroristico ha esteso il proprio raggio di azione, fino a diventare una minaccia a livello internazionale. Ripercorriamo i fatti salienti [tabs type=”vertical”][tabs_head][tab_title]2002 -2010[/tab_title][tab_title]2011[/tab_title][tab_title]2012-Oggi[/tab_title][/tabs_head][tab]PRIMI ATTACCHI – Il Boko Haram fu fondato nel 2002 da Mohammed Yusuf presso la città di Maiduguri, nel nord-est della Nigeria. L’obiettivo politico principale era la creazione di uno Stato Islamista. Yusuf iniziò la sua campagna di contrasto al Governo centrale e alle forze di polizia, aumentando gli adepti del movimento, i quali provenivano soprattutto da famiglie povere (sia nigeriane sia dei Paesi vicini), con un bacino importante costituito da giovani disoccupati. I primi sette anni di attività del Boko Haram furono caratterizzati dal basso profilo e dall’assenza di eclatanti azioni violente. Il gruppo si attestò nelle remote aree del nord-est della Nigeria, diminuendo la propria presenza nei grandi centri abitati. Il 2009 vide il gruppo passare alle azioni offensive, inizialmente mirate a colpire le forze di polizia, poiché quest’ultime avevano eliminato, nell’estate di quell’anno, diversi membri del movimento. Gli attacchi colpirono anche obiettivi cristiani. Dopo la cattura di Yusuf ad opera delle forze di sicurezza nigeriane e il suo decesso durante la custodia, Abubakar Shekau assunse il comando del gruppo. L’anno successivo, il Boko Haram portò a termine il suo primo attacco complesso, assaltando la prigione della città di Maiduguri. Il risultato dell’operazione fu l’evasione di circa 105 membri del gruppo insieme ad altre centinaia di detenuti. Una simile azione fu compiuta nel Settembre 2010 alla prigione di Bauchi, con risultati simili, ovvero la liberazione di un centinaio di militanti e circa 700 detenuti. Per la fine dell’anno il gruppo terrorista passò di nuovo agli attacchi contro obiettivi nei centri abitati nel nord-est della Nigeria, soprattutto quartieri a maggioranza cristiana e chiese.

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    Veicolo distrutto in seguito ad un colpo di mano di Boko Haram [/tab][tab]IL “SALTO DI QUALITÀ” DEL 2011 – Durante quell’anno il Boko Haram iniziò a compiere attacchi utilizzando IEDs (Improvised Explosive Device – Ordigni esplosivi improvvisati) sia fissi sia posizionati su autovetture. Il primo di questo nuovo tipo fu attuato per colpire il quartier generale della polizia nella capitale nigeriana Abuja. Nel mese di Maggio, dopo la cerimonia d’inaugurazione del mandato del Presidente nigeriano Goodluck Jonathan, il gruppo terrorista attaccò con bombe una base militare presso Bauchi, facendo 13 morti e 33 feriti.  Nell’Agosto dello stesso anno fu la volta delle Nazioni Unite a essere colpite tramite un attentatore suicida, il quale si fece esplodere con la sua automobile presso la sede ONU di Abuja. Le vittime furono 25 con un centinaio di feriti. Tra i diversi attacchi che si susseguirono per tutta la parte restante dell’anno va segnalato, per il suo valore simbolico, quello alla chiesa di Santa Teresa nella città di Medulla, nello stato del Niger (parte della Nigeria, da non confondere con l’omonimo Paese confinante) il giorno di Natale, che provocò 43 morti. Come conseguenza, il 31 Dicembre il Presidente Jonathan dichiarò lo stato d’emergenza in alcune zone degli stati Niger, Borno, Plateau e Yobe, chiudendo i confini settentrionali del Paese.

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    Attività di polizia a Bauchi, nel 2011, quando la città fu colpita da una serie di attentati [/tab][tab]

    GLI ULTIMI ANNI – Il 2012 si aprì con un ultimatum del Boko Haram ai nigeriani del sud, ai quali era intimato di lasciare il nord del Paese entro tre giorni. Passati questi ultimi, il gruppo iniziò una serie di attacchi contro le comunità cristiane, costringendo centinaia di persone alla fuga. Da segnalare l’attacco del 20 Gennaio ad alcuni edifici della polizia nei pressi della città di Kano, con un numerò di vittime che arrivò a 250.
    Nel 2013 il Boko Haram fu accusato dal Governo nigeriano di essere l’autore del massacro nel villaggio di Baga, sempre a nord del Paese, che lasciò sul terreno circa 200 morti e migliaia di feriti oltre a ingenti danni ad abitazioni ed infrastrutture. Il gruppo iniziò ad usare il Cameroon come retroterra strategico per sfuggire alla caccia da parte delle forze governative nigeriane, oltre ad ampliare il suo raggio d’azione anche al Niger e al Ciad. Nel Maggio 2013 lo stato d’emergenza è stato esteso all’intero territorio di tre stati del nord-est, ossia il Borno, l’Adamawa e lo Yobe, causando nei mesi successivi centinaia di migliaia di partenze di profughi.
    Il 2014 ha visto continuare l’escalation delle azioni del Boko Haram. A fianco degli ormai purtroppo consolidati attacchi armati o suicidi, lo scorso anno si è caratterizzato per il rapimento, da parte del gruppo, di 276 studentesse nel mese di Aprile. L’azione è stata portata a termine presso la città di Chobok nello stato del Borno. Di queste solo 50 sono riuscite a fuggire, mentre le restanti sono tutt’ora nelle mani dei miliziani. Il Boko Haram ha ampliato i suoi attacchi in Cameroon (il più clamoroso dei quali è stato il rapimento della moglie del vice Presidente) e ha annunciato, sull’onda del clamore suscitato dalle azioni dell’ISIS in Iraq e Siria, la propria intenzione di fondare un Califfato Islamico nelle regioni nord-orientali della Nigeria dove esso ha le radici storiche e le più importanti basi logistiche.
    Nei primi giorni del 2015, più precisamente il 3 Gennaio scorso, è avvenuto il più sanguinoso massacro compiuto dal gruppo terrorista. Di nuovo presso il villaggio di Baga, i miliziani hanno dato fuoco alle abitazioni e ucciso numerose persone. Non c’è una cifra precisa delle vittime, ma secondo diverse fonti il conto raggiungerebbe le migliaia. Le violenze proseguono in questi giorni, anche se con intensità minore, mentre si moltiplicano gli scontri con le forze di sicurezza nigeriane, che tentano una contro-offensiva.

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    Un uomo coinvolto negli scontri dell’11 gennaio a Potiskum viene soccorso [/tab][/tabs]

    Il profilo di Boko Haram

    a cura di Beniamino Franceschini

    Boko Haram agisce in Nigeria, ma recentemente ha cominciato a estendersi anche ai Paesi limitrofi, con basi in Camerun, Ciad e Niger. Dal 2009 la formazione ha ucciso oltre 7mila persone – 2mila solo negli attacchi del gennaio 2015, – rapendone centinaia (comprese le 276 studentesse di Chibok) e costringendone alla fuga almeno un milione e mezzo. [toggle title=”Ideologia” state=”close” ] Ci sono due aspetti da tenere presenti per comprendere la base teorica di Boko Haram: l’Islam e la Storia della Nigeria. Già di per sé il nome è significativo, una locuzione composta da un termine nella locale lingua hausa (boko) e da uno in arabo (haram), che più o meno può essere tradotta come “L’educazione occidentale è peccato”. Formalmente, però, l’organizzazione si chiama Jamā‘atu Ahli is-Sunnah lid-Da‘wati wal-Jihād, cioè Popolo per la Predicazione degli insegnamenti del Profeta e del Jihad. La denominazione aiuta a comprendere la peculiarità di Boko Haram, che unisce la dimensione etnica all’estremismo islamico. La Nigeria è un Paese molto complesso e, di fatto, diviso tra il Nordest musulmano ed economicamente più arretrato e il Sudovest costiero, cristiano e più sviluppato. Già all’epoca del dominio coloniale britannico il termine boko (“falso”) era attribuito agli istituti scolastici (makaranta) che tenevano le lezioni in inglese e proponevano un programma laico di studi. Ecco perché boko è tradotto con “educazione occidentale”. Boko Haram è stato fondato a Maiduguri, città nella quale Mohammed Yusuf, musulmano sunnita, predicava la necessità di applicare integralmente la legge shariatica. Dal 2008-2009 l’ideologia del gruppo ha virato definitivamente verso il salafismo jihadista, con l’influenza di figure legate al wahabismo. Tuttavia Boko Haram si richiama direttamente anche al passato della Nigeria settentrionale quale insieme di entità sovrane musulmane, in particolare i Regni hausa e il Califfato di Sokoto, sorto dal jihad di Shehu Usuman Dan Fodio, che all’inizio dell’Ottocento creò un Impero che riuniva decine di emirati, poi conquistato dai britannici nel 1903. Boko Haram cerca di legittimare la propria azione anche con la necessità di ripristinare la storica indipendenza musulmana della Nigeria nordorientale, evidenziando come la condizione di povertà diffusa sia diretta conseguenza dell’influenza straniera e della tirannia dell’élite cristiana. Non è un caso, quindi, se all’interno del gruppo ci siano correnti che legano il jihad a obiettivi di redistribuzione della ricchezza o che antepongono la causa nazionalistica a quella religiosa.

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    Fedeli radunati in moschea nazionale di Abuja in attesa del Sultano di Sokoto, Sa’adu Abubakar [/toggle] [toggle title=”Organizzazione” state=”close” ] La struttura di Boko Haram non è del tutto chiara, ma è probabile che gli 8-10mila membri del gruppo siano organizzati con un sistema di cellule collegate tra loro in modo più o meno diretto. Analogamente non è semplice definire se il ruolo dei vertici sia operativo o motivazionale: Shekau, per esempio, non parla mai direttamente con i combattenti (quasi tutti di etnia kanuri), ma solo con pochi uomini fidati, i quali a loro volta riportano gli ordini. Piuttosto evidente, invece, è il sistema che garantisce il finanziamento di Boko Haram: rapimenti a scopo d’estorsione e vendita di ostaggi ad altri gruppi (generalmente della galassia che orbita a margine del Sahel in Camerun, Ciad, Niger e Burkina Faso), traffico di droga (trasporto degli stupefacenti sudamericani dall’Africa centro-occidentale verso il Maghreb), rapine, contrabbando e bracconaggio (coinvolgimento nella caccia agli elefanti in Camerun). Non bisogna dimenticare poi che Boko Haram può contare sul finanziamento da parte di esponenti di primo piano della vita nigeriana desiderosi di diminuire il controllo dello Stato centrale per perseguire i propri interessi. Infine, come spesso accade per i gruppi terroristici islamici, il denaro circola tramite il metodo dell’hawala, divenendo irrintracciabile.

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    L’iniziativa internazionale “Bring back our girls” seguì il rapimento di massa di 276 studentesse [/toggle] [toggle title=”Amministrazione territoriale” state=”close” ]Assai scarse sono le testimonianze sull’amministrazione della vita quotidiana nelle aree controllate direttamente da Boko Haram, ossia il territorio nel quale i miliziani hanno dichiarato ad agosto l’istituzione di un Califfato (diverse città negli Stati di Adamawa e Yobe e circa metà dello Stato di Borno). La maggior parte degli abitanti delle zone conquistate, infatti, fugge rapidamente, ma i pochi testimoni disposti a parlare hanno riportato informazioni interessanti. Il primo elemento è la rigida applicazione della shari’a, con tanto di pene corporali e amputazioni. In secondo luogo, Boko Haram tende a favorire le attività tradizionali (soprattutto l’agricoltura), imponendo invece severe restrizioni a commercio e servizi. Infine, è peculiare che spesso i combattenti preferiscano ritirarsi dopo gli attacchi, lasciando solo pochi uomini nelle città conquistate, cosicché in alcune circostanze la presenza di Boko Haram si è tramutata in posti di blocco nelle strade e in tribunali improvvisati nelle piazze, senza alcun tentativo di concreta amministrazione.

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    L’area di Borno è quella su cui Boko Haram ha maggiormente attecchito [/toggle] [toggle title=”Modus operandi” state=”close” ] Il modus operandi di Boko Haram è la violenza indiscriminata. Nell’arco degli ultimi cinque anni il gruppo ha condotto azioni di vario tipo, mantenendo costante la strategia di colpire sempre nel modo più sanguinario possibile. Boko Haram ha alternato operazioni militari su vasta scala per la conquista di città del Nordest a tecniche di guerriglia con ripiegamento rapido in Camerun; attentati suicidi ad autobombe; raid nei mercati a esecuzioni sommarie di viaggiatori. Addirittura non è chiaro quale livello dell’organizzazione sia deputato a pianificare gli attentati, né se da Shekau arrivino indicazioni specifiche. Ci si potrebbe chiedere se i fatti di questi giorni, con il massacro di interi villaggi e l’impiego di bambine per attacchi suicidi, rappresentino un cambio di rotta per Boko Haram. La risposta è molto semplice ed è negativa, poiché se da un lato non si tratta di fenomeni nuovi – è aumentata solo la copertura mediatica degli eventi, – dall’altro lato l’elevazione della violenza a metodo principale priva gli osservatori di punti di riferimento. Considerato che il 14 febbraio si terranno le delicate elezioni presidenziali, che lo sviluppo dinamico della Nigeria (prima economia africana) potrebbe essere il vero nemico del terrorismo e che la popolazione del Nordest è tendenzialmente ostile – sebbene passiva – verso Boko Haram, non è da escludersi una violenza sempre maggiore.

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    Un cingolato distrutto nel corso dei combattimenti tra Boko Haram e l’esercito nigeriano [/toggle] [toggle title=”Obiettivi” state=”close” ]In realtà il controllo territoriale del Nordest e l’imposizione della legge shariatica non sono obiettivi di Boko Haram nell’immediato, anche se rimangono lo scopo principale dell’organizzazione: l’azione quotidiana ambisce alla sconfitta dello Stato e al raggiungimento di una condizione di anarchia violenta permanente, preliminari all’inevitabile applicazione integrale del diritto islamico. La Nigeria è un Paese di 175 milioni di abitanti diviso religiosamente, etnicamente ed economicamente tra Nord e Sud. Boko Haram mira a distruggere le Istituzioni intese come forme organizzative sacrileghe di origine coloniale e non conformi alla tradizione nigeriana per ritornare al passato islamico. In questo contesto ci sono due aspetti da tenere di conto, ossia che i musulmani fedeli allo Stato sono considerati nemici e che importanti esponenti della politica e dell’economia del Nordest svolgono un ruolo attivo di facilitazione del gruppo, per creare potentati locali senza il controllo di Abuja. Ecco perché, nonostante l’imponente budget della Difesa nigeriana, l’azione delle Forze Armate resta spesso circoscritta e inefficace: i primi alleati di Boko Haram sono la dilagante corruzione e la frattura socio-economica tra Nord e Sud. Ultimamente, però, si sta notando nel gruppo un fenomeno già riscontrato in Somalia con al-Shabaab, cioè il confronto tra due correnti interne. La prima ha una vocazione internazionalistica e intende il jihad in ottica globale, puntando al rafforzamento dei legami con al-Qaida e con lo Stato Islamico. La seconda, invece, propende per un’interpretazione nazionalistica del jihad: la mèta è la liberazione del Nordest dalle influenze straniere e la ricostituzione di quel Califfato che fu uno dei più potenti imperi della Storia africana.

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    Soldato nigeriano in pattugliamento. L’operato delle Forze Armate è inficiato da corruzione e collusione [/toggle]

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    Volontari locali della città di Yola muovono alla volta dei territori controllati da Boko Haram. Il conflitto si espande coinvolgendo la popolazione civile a tutti i livelli. [box type=”shadow” align=”aligncenter” ]

    Intervista a Massimo Alberizzi, inviato del Corriere della Sera

     a cura di Mariangela Pira

    In Nigeria non si contano i morti e, scrivono le ONG presenti in loco, “in certi casi la gente ha dovuto lasciarli per le strade”. Ne parliamo con uno dei massimi esperti del continente africano, Massimo Alberizzi, da fine anni ’70 inviato del Corriere della Sera in Paesi in guerra, in particolare in Africa. E’ stato per questo anche consulente del Consiglio di sicurezza per l’investigazione del traffico d’armi nel Corno d’Africa. Alberizzi nel dicembre del 2006 venne rapito in Somalia dalle Corti islamiche. Venne rilasciato due giorni dopo e riportato a Nairobi con un aereo dell’ONU. Dirige da circa un anno il sito Africa ExPress che riporta notizie a tutto tondo sul continente africano e che in questi giorni si concentra soprattutto su Boko Haram. Mi dice subito una cosa che mi spiazza e che sottopongo all’attenzione di voi lettori. Riguarda le bimbe che sono state fatte esplodere dai terroristi in Nigeria.

    – Chi sono queste ragazzine che vengono fatte esplodere? Da dove vengono? Forse sono le stesse rapite ad aprile scorso e a cui viene fatto il lavaggio del cervello? Forse viene fatto loro il lavaggio del cervello, vengono intimidite, imbottite di tritolo e fatte saltare in aria. Sono le stesse dell’anno scorso? (dal cui rapimento conseguì la campagna globale e la forte risposta di leader politici, opinionisti, genete comune con  #bringbackourgirls n.d.r.). Perché, se intimidite, basta dire loro: “vai al mercato per favore a comprare la frutta” e le si fa saltare in aria con un telecomando. Non pensi quindi sia una responsabilità delle famiglie?

    Qui abbiamo a che fare con pazzi fanatici. Sono purtroppo numerosi gli esempi nella storia di pazzi fanatici che vengono indottrinati e non certo dalle famiglie. In Nigeria peraltro sono molti i rapimenti effettuati dai terroristi, frutto di una diseguaglianza sociale. Nel Paese ci sono i ricchissimi e i poverissimi. Le famiglie ricchissime sono 30.000 tutto il resto è nulla.

    – Alla luce di quanto è successo, e della situazione del Paese, quali sono le prospettive dal tuo osservatorio?

    Se non si cambia di certo la situazione è tragica. Deve cambiare il modello di sviluppo del Paese con più denaro, più welfare alla popolazione più povera e si adegui il sistema economico.

    – Stando a quanto dici è come se qui, come purtroppo in altre zone del mondo – Iraq, Afghanistan, etc. – i terroristi approfittino della situazione allettando queste persone, dando da mangiare alle loro famiglie.

    Esattamente. Prendiamo per esempio la religione, essa viene usata come riscatto sociale. Non si ha un lavoro, non si hanno prospettive, l’unica possibilità di lavorare è quella di entrare a far parte delle milizie, arruolarsi. Per carità, trovi anche il figlio del predicatore che è esaltato ma la verità è che ti viene imposto di pregare, perché così entri nella moschea e se fai parte della moschea mangiano tutti, tu e tutta la tua famiglia. Se fossi nelle condizioni che vedo qui tutti i giorni lo farei anche io. 

    – Se dovessi scegliere un aspetto negativo, quello cui dare la gran parte della responsabilità  quale sarebbe? 

    La corruzione che ha provocato tutto questo, le grandi multinazionali. Gli altri, quasi tutti, qui vivono ai margini.

    – Gli ultimi fatti tragici in Nigeria hanno coinciso con quanto accaduto a Parigi. C’è stato dibattito soprattutto sui social sul fatto che di Boko Haram si sia parlato ben poco. Qual è la tua opinione? 

    Non si vogliono vedere le cose. Anche perché Boko Haram non è questione solo di oggi. È il risultato di una guerra di potere in Nigeria a causa delle elezioni di marzo. Si dovrebbe riflettere sulle conseguenze, ma non lo si fa. 

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    – Hai vissuto esperienze molto forti in Africa. Cosa ricordi del tuo sequestro?

    Ero terrorizzato, soprattutto all’inizio. Mi conoscevano bene e il momento più terribile è stato quando mi hanno portato in aeroporto e organizzato la finta esecuzione. Dopo ho iniziato a razionalizzare. Ci sono dietro tante contraddizioni. Pensa che due persone che erano state uccise dagli Usa perché indicàti come terroristi mi hanno ai tempi salvato la vita. Soprattutto uno sceicco, noto come fondatore dell’Islamismo e delle Brigate Islamiche disse: Massimo è sotto la mia personale protezione.

    – C’era una ragione dietro il tuo rapimento?

    Gli eritrei mi volevano far fuori, non i somali. Tuttora mi è stato detto da fonti molto credibili che ho una condanna a morte in Eritrea.  [/box]

    L’impatto sulla regione

    a cura di Marco Giulio Barone

    Andiamo ora ad analizzare le conseguenze dell’operato di Boko Haram sui principali attori coinvolti. La Nigeria è ovviamente in primo piano, ma non mancano le implicazioni regionali e internazionali. Facciamo una panoramica

    [tabs type=”horizontal”][tabs_head][tab_title]Nigeria[/tab_title][tab_title]Africa occidentale[/tab_title][tab_title]Comunità internazionale[/tab_title][/tabs_head][tab]

    La Nigeria è ovviamente il Paese più colpito e che sconta la sua debolezza istituzionale con l’incapacità di frenare l’espansione di Boko Haram.

    La prima emergenza che il Paese deve fronteggiare è quella degli sfollati. In seguito al cambio di strategia di Boko Haram e al suo crescente ancoramento al territorio molte persone fuggono verso il sud della Nigeria (1, 5 milioni di sfollati negli ultimi 5 anni) oppure nei Paesi confinanti. In seguito al massacro del 3 gennaio circa 20000 persone sono fuggite e si sono rifugiate in Camerun, Ciad e Niger. L’Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR) conta che negli ultimi cinque anni più di 150000 persone si sono rifugiate in Niger, e i numeri aumentano in queste settimane.

    La seconda sfida è quella della sicurezza. Come già evidenziato, il presidente Jonathan e il suo Governo hanno risposto alla minaccia quasi esclusivamente con l’uso della forza. Boko Haram ha dovuto fronteggiare soltanto le Forze Armate nigeriane, un apparato poco efficiente a causa dello scarso addestramento e tarlato da dilagante corruzione che fiacca efficacia e volontà di combattimento. Il Governo non ha mai minato il gruppo alle sue radici con provvedimenti che migliorassero la governance locale – a volte collusa con Shekau – e aumentassero il grip (la presa) dello Stato sul territorio. Un esempio su tutti, l’alimentazione. Il Governo si è preoccupato di acquistare nuovi sistemi d’arma come elicotteri ed aerei da combattimento (poco efficaci perchè le forze a terra non sono adeguatamente preparate per gestire le operazioni aeree) ma ha trascurato l’emergenza alimentare che le incursioni di Boko Haram hanno creato. L’inadeguatezza degli aiuti è un ulteriore spinta verso l’emigrazione ma anche verso la sfiducia nel Governo. Secondo il Famine Early Warning System Network entro luglio del 2015 tre milioni di persone non avranno di che mangiare. Questa mancanza di lungimiranza politica e di approccio multidimensionale ha facilitato l’ampliamento del fronte di Boko Haram e il suo recente salto di qualità verso il controllo territoriale.

    Ultimo, ma non per importanza, il problema elezioni. A marzo si terranno le elezioni del nuovo presidente. Il presidente Jonathan ha cercato di tenere il discorso Boko Haram fuori dal dibattito politico per non rendere conto degli scarsi successi, ma senza riuscirvi. L’inconcludenza è stata infatti evidenziata dal candidato di opposizione, Muhammadu Buhari, che ha promesso ulteriori provvedimenti contro il gruppo terroristico, nel caso fosse eletto. La recrudescenza degli scontri nel nord del Paese non influenza direttamente le elezioni ma accentua sensibilmente la polarizzazione del confronto politico. In particolare, Jonathan è visto come un rappresentante degli interessi del sud, Buhari come campione di quelli del nord. Entrambi fanno del populismo l’arma principale della propria campagna elettorale, esacerbando le rivalità e infuocando gli animi. Tra le leggerezze più gravi, Buhari non ha impedito che si spargesse la voce (priva di fondamento) che Boko Haram fosse in realtà un’emanazione del Governo per distruggere il nord. Jonathan, da parte sua, non ha lesinato critiche ai governatori degli Stati settentrionali, alcuni dei quali effettivamente collusi con Shekau, ma senza operare le dovute distinzioni. In questo contesto, la pressione di Boko Haram rischia di spaccare ulteriormente la Nigeria, peraltro non nuova ad episodi di brogli e violenza durante le elezioni.

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    Il presidente Goodluck Jonathan indossa un abito tipico nigeriano

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    Con il crescere della dimensione di Boko Haram e delle sue capacità operative un numero crescente di Stati dell’Africa occidentale è stato coinvolto nella lotta contro il movimento terroristico. La minaccia è ora regionale e inficia a più livelli il percorso dei Paesi africani verso lo sviluppo.

    La minaccia diretta di Boko Haram si estende a Camerun, Ciad, Benin e Niger. Ad ottobre, questi Paesi hanno sottoscritto l’accordo di Niamey con la Nigeria, secondo il quale avrebbero congiunto le forze per debellare Boko Haram. Questo si è tradotto fondamentalmente in un ulteriore intervento armato, 2800 uomini che si sono aggiunti alle forze nigeriane per contrastare Shekau, principalmente nella regione del lago Ciad. Condiviso tra quattro Stati, il bacino del Ciad si è trasformato in un crocevia di attività illecite e flussi che alimentano Boko Haram da nord e da est. Ma l’impresa non è semplice per Paesi con gravi problemi interni e limitate risorse economiche. Ad esempio, il Niger si trova ora stretto tra due fronti, il Mali e la Nigeria, mentre il Ciad deve dividere le sue risorse tra il confine sud e quello a nord, dove il tumulto libico ha peggiorato la sicurezza al confine. Inoltre, Nigeria e Camerun faticano a trovare una strategia comune. La Nigeria ha spesso accusato il Camerun di non lottare strenuamente ma, al contrario, di negoziare con Boko Haram, pagando riscatti in cambio di prigionieri o di stipulare accordi segreti locali per tutelare gli interessi economici camerunensi. Accuse che sembrano essere smentite dalla recente vittoria che il Camerun ha colto contro Boko Haram il 14 gennaio, debellando l’attacco del gruppo alla base militare di Kolofata, e in seguito al quale il Ciad è accorso in aiuto con truppe e rifornimenti. La diffidenza Nigeriana è dovuta in parte alla frustrazione per non essere riusciti a trovare un accordo con Shekau, il quale si nega, e nell’aver individuato intermediari che si sono poi rivelati meri speculatori.

    Nel medio periodo, il persistere di Boko Haram avrebbe influssi negativi anche sulla compagine regionale ECOWAS. L’organizzazione è tra le più riuscite in Africa ed è attualmente impegnata in Mali per la stabilizzazione del Paese. La Nigeria ha un ruolo di primo piano in ECOWAS sia per contributo economico che per qualità dei propri peacekeepers. Ambedue le prerogative potrebbero a breve venir meno. Le spaccature del Paese prossimo alle elezioni e il rinnovato vigore di Boko Haram rischiano di erodere i buoni risultati economici degli ultimi anni, oltre a richiedere ulteriori risorse che Abuja potrebbe dirottare dal bilancio ECOWAS – che già soffre di perenne penuria di fondi. Inoltre, i risultati scarsi e il lassismo che le Forze Armate nigeriane hanno dimostrato nelle campagne contro Boko Haram inficiano la buona fama che si erano invece conquistate nelle esperienze internazionali, rendendo la Nigeria un attore meno credibile e più vulnerabile in contesti altrettanto pericolosi come il Mali.

    Sempre a livello regionale, l’Unione Africana ha convocato a fine mese un vertice ad Addis Abeba (Etiopia) per discutere del problema Boko Haram. Con la crisi libica come peggiore sul continente, l’instabilità in Sinai e l’esperienza in Mali ancora non conclusa, cui si sommano le situazioni precarie in Repubblica Centrafricana, nei “due Sudan” e al confine tra Somalia e Kenya, l’organizzazione sarà probabilmente poco incisiva nel contrasto al movimento di Shekau.

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    Mezzi camerunensi schierati prima di un’operazione contro Boko Haram, nel Camerun del nord

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    Gran parte della comunità internazionale ha condannato ufficialmente gli ultimi attacchi di Boko Haram, mostrando apprensione. Al di fuori dell’Africa, però, pochi i soggetti che effettivamente hanno preso misure pratiche per contrastare Boko Haram.

    Le Nazioni Unite hanno chiesto alla Nigeria di aprire un’inchiesta sui fatti di Baga. L’ONU è presente in Nigeria e nella regione con diverse sue agenzie (UNDP, UNHCR, OCHA) che cercano di portare aiuto alla popolazione e di stilare stime e report che documentino la dimensione del fenomeno. Il Consiglio di Sicurezza, però, non ha varato alcuna misura effettiva dedicata ad un intervento internazionale (non necessariamente militare) nell’area controllata dai terroristi.

    Andando più in dettaglio, la Francia è uno dei Paesi più preoccupati dall’evolvere della situazione e non è escluso che possa prendere autonomamente delle misure dedicate. L’avanzata di Boko Haram comporta infatti l’avvicinamento delle forze di Shekau alle basi francesi in Niger che supportano l’operazione Barkhane nella regione del Sahel. Il gruppo terroristico si trova quindi vicino ad un bersaglio ambito, la possibilità di colpire direttamente un obiettivo di un Paese occidentale.

    Gli Stati Uniti sono il Paese più interessato al futuro della Nigeria. Le relazioni tra Washington e Abuja sono forti e la Nigeria dipende fortemente da aiuti e investimenti americani. Tuttavia, Washington non ha dato segno di voler intervenire direttamente, assicurando solo in maggiore cooperazione in materia di intelligence e supporto. Un aiuto che spesso le forze nigeriane non sanno utilizzare adeguatamente, come già evidenziato. Invece, gli Stati Uniti sono vigili sul risultato elettorale e, soprattutto, sul corretto svolgimento delle elezioni, condizione cui Washington ha legato la prosecuzione di tutti i programmi economici e sociali.

    Infine, una nota sulla Cina. Pechino ha aumentato il suo impegno in Nigeria, come in molti Stati africani, negli anni scorsi. La Nigeria è in particolare un terreno di competizione con gli Stati Uniti, nonché la base di partenza delle contromosse statunitensi sul continente. La situazione fragile rischia di sospendere questo trend che, dal punto di vista nigeriano, ha contribuito grandemente ai risultati positivi in economia, stimolando la crescita del Paese. In generale, Pechino paga in Africa lo scotto della sua volontà di non sottendere gli investimenti a condizioni politiche. Se da un lato questo favorisce la penetrazione dei capitali cinesi in Paesi con standard democratici scarsi o con violazioni dei diritti umani, dall’altro la Cina non ha opzioni politiche da esercitare nei casi di crisi, se non il ritiro. Opzione questa che, nel caso Nigeriano, aggraverebbe la situazione economica complessiva e la capacità economica del Governo di far fronte alle multiple esigenze del Paese.

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    Operazioni francesi dalla base militare di Diori Hamani (Niamey), in Niger

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    Foto: AK Rockefeller

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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