sabato, 9 Dicembre 2023

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Il colpo di stato in Sudan: cause ed evoluzione – Speciale Sahel

In breve

  • Il 15 aprile in Sudan è scoppiata una lotta armata per il potere tra il Generale Hemedti e il Presidente al-Burhan.
  • Gli scontri stanno causano numerose vittime e rifugiati.
  • La guerra civile in Sudan potrebbe avere gravi conseguenze per l’equilibrio regionale.

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Speciale Sahel Gli scontri tra le truppe regolari e paramilitari continuano in Sudan, con il rischio di causare un’escalation regionale del conflitto e un’emergenza umanitaria.

L’articolo è parte di uno speciale sul Sahel a cura del desk Africa subsahariana.

1. L’ORIGINE

Lo scorso 15 aprile il Sudan è tornato sotto i riflettori della stampa internazionale a causa della ripresa della lotta di potere tra le fazioni del Governo. I due principali contendenti sono Abdel Fattah al-Burhan, Presidente de facto e Generale al comando delle Forze Armate Sudanesi, e Mohamed Hamdan Dagalo – detto Hemedti – leader delle truppe paramilitari Rapid Support Forces (RSF). La rivalità tra i due esponenti è cresciuta nel corso degli ultimi anni, nonostante nel 2019 avessero collaborato per la caduta del regime di Al-Bashir. Dopo aver destituito il breve Governo misto del leader Hamdock, nel 2022 Al-Burhan prese il potere. Di recente, il nuovo Presidente aveva acconsentito all’istituzione di un Governo civile e proposto l’integrazione delle RSF nell’esercito nazionale. Il generale Hemedti si è però opposto alla decisione. In questo clima di tensione politica, si sono riaccesi gli scontri armati, con epicentro la capitale Khartoum.

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Fig. 1 – Abdel Fattah al-Burhan (al centro) e Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti” (a sinistra), 5 dicembre 2022

2. LA SITUAZIONE ATTUALE

Secondo le stime più recenti delle Nazioni Unite, al momento sono 1,105milioni le vittime e 3,5milioni gli sfollati interni e oltre confine, ma le cifre continuano a crescere. Sebbene i bersagli principali siano gli edifici istituzionali e le basi militari, la sicurezza dei luoghi civili non viene tutelata e circa l’80% degli ospedali è fuori servizio. Il conflitto sta inoltre causando il tracollo dell’economia nazionale, con una conseguente impennata dei prezzi dei beni di prima necessità. Nonostante i numerosi tentativi per favorire il dialogo tra le due fazioni da parte di attori esterni, le tregue indette non sono mai state rispettate. Il 12 maggio, a Gedda (in Arabia Saudita) le due fazioni avevano firmato una dichiarazione di impegno per proteggere i civili e per cessare il fuoco entro dieci giorni, ma nemmeno questo tentativo di mediazione ha avuto successo.  Tra la popolazione civile si è inoltre diffuso il terrore del ritorno delle milizie islamiche di Janjaweed nel vicino Darfur. Nate nei primi anni 2000 sotto il comando di al-Bashir per soffocare le rivolte del Paese, molti membri hanno poi riempito le fila delle RSF.  Lo stesso Hemedti è stato il primo leader del gruppo Janjaweed e ha soffocato le rivolte della popolazione nel Darfur Occidentale con l’autorizzazione del dittatore al-Bashir, poi condannato dalla Corte dell’Aja. L’assalto a Geneina, la capitale dello Stato del Darfur Occidentale, rientra nella lunga lista di atrocità compiuta dai miliziani Janjaweed, già accusati di genocidio per gli abusi perpetrati contro la popolazione del Paese vent’anni fa.

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Fig. 2 – La sede del Sudan’s Central Bureau of Statistics danneggiata dai combattimenti, maggio 2023

3. PROSPETTIVE FUTURE

Il conflitto in Sudan potrebbe avere serie ripercussioni geopolitiche, a causa del complesso intreccio di alleanze intessuto dai comandanti al-Burhan e Hemedti. Il Presidente per il momento gode dell’appoggio dell’Egitto, con il quale si è alleato contro il progetto della Grand Ethiopian Renaissance Dam [BF1] sul fiume Nilo. Questa infrastruttura strategica fortemente voluta da Addis Abeba ridurrà il volume d’acqua del fiume per il Sudan e l’Egitto. Il leader delle RSF invece riceve finanziamenti dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e, secondo alcune fonti, anche dal Gruppo Wagner. L’eventuale regionalizzazione del conflitto inoltre minaccia la precaria stabilità politica dei Paesi vicini, tra cui il Sud Sudan, il Ciad e l’Etiopia, i quali stanno già riscontrando numerose difficoltà per il grande afflusso di rifugiati. Gli sforzi di mediazione da parte di alcuni attori regionali – tra cui la Lega Araba – potrebbero impedire l’escalation del conflitto e contribuire al raggiungimento di un accordo tra le parti. Tuttavia, al momento nessuna delle due fazioni ha accennato a voler deporre le armi.

Alessandra De Martini

Gli articoli dello speciale sul Sahel a cura del desk Africa subsahariana:

Photo by David_Peterson is licensed under CC BY-NC-SA

Alessandra De Martini
Alessandra De Martini

Classe 1996, mi sono laureata in Investigazione, Criminalità e Sicurezza internazionale presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Sono appassionata di geopolitica, ma amo anche imparare nuove lingue e viaggiare. Durante il percorso universitario, ho cercato di combinare le mie passioni partecipando all’Erasmus, ad alcuni programmi di studio all’estero e ad un progetto di volontariato in Colombia. Nel tempo libero mi piace leggere thriller, fare jogging ma soprattutto giocare con il mio cagnolino!

 

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